Diventare pubblico ministero in Italia significa entrare in una professione che unisce rigore tecnico, resistenza mentale e senso dell’equilibrio. La risposta breve a è difficile diventare pm? è sì, ma la difficoltà vera non sta solo nel concorso: riguarda anche la lunghezza del percorso, la qualità dello studio e la tenuta personale che servono per arrivare in procura. In questo articolo chiarisco quanto è difficile arrivarci, quali tappe servono davvero e quali qualità contano sul campo.
I punti che decidono davvero se questa carriera fa per te
- Non esiste un concorso separato per “fare il pm” fin dall’inizio: si entra prima nella magistratura ordinaria.
- L’accesso è selettivo già nei requisiti e poi molto più duro nelle prove scritte e orali.
- Le prove premiano ragionamento, scrittura e metodo, non solo memoria.
- Il percorso richiede anni: laurea, eventuali titoli aggiuntivi, concorso e tirocinio iniziale.
- Per reggere davvero questa strada servono equilibrio, disciplina e capacità di lavorare sui fatti, non solo sulle norme.
Quanto è difficile davvero diventare pubblico ministero
Io non chiamerei questo percorso impossibile. Lo definirei, più onestamente, selettivo e lungo. Il pubblico ministero è un magistrato requirente: lavora sui fatti, sulle prove, sulla tenuta delle garanzie e sulla qualità degli atti, spesso in tempi stretti e in contesti molto delicati.
La difficoltà si vede su tre livelli molto concreti:
- Selezione formale, perché non basta la laurea: bisogna rientrare in uno dei canali ammessi al concorso.
- Selezione tecnica, perché le prove non sono nozionistiche in senso banale, ma richiedono capacità di ragionamento giuridico e di scrittura.
- Selezione personale, perché la funzione requirente chiede equilibrio, autocontrollo, ordine mentale e una forte attitudine alla responsabilità.
Il percorso passa dal concorso in magistratura, non da un accesso diretto alla procura
Secondo il Ministero della Giustizia, il passaggio passa dal concorso per magistrato ordinario: non c’è un concorso separato per diventare pm fin dall’inizio. Prima si entra nella magistratura ordinaria, poi si viene assegnati alle funzioni giudicanti o requirenti; solo nel secondo caso si lavora in procura come sostituto procuratore.
| Canale di accesso | Cosa serve | Impatto pratico |
|---|---|---|
| Laurea in giurisprudenza + scuola di specializzazione per le professioni legali | Titolo universitario e diploma SSPL | È una via classica, ma aggiunge anni di formazione prima del concorso. |
| Laurea in giurisprudenza + stage o tirocinio professionale riconosciuto | Stage positivo presso gli uffici giudiziari oppure tirocinio professionale di 18 mesi presso l’Avvocatura dello Stato | Aiuta a entrare nel sistema, ma non abbrevia davvero la selettività del concorso. |
| Laurea in giurisprudenza + dottorato o specializzazione giuridica | Titolo post-laurea riconosciuto dal bando | Rafforza la base teorica e spesso migliora la maturità del candidato. |
| Avvocato abilitato o altra categoria ammessa | Appartenenza a una delle categorie previste dal bando | È una strada realistica, ma non rende il concorso meno duro. |
Restano poi i requisiti generali: cittadinanza italiana, esercizio dei diritti civili, condotta incensurabile e assenza di tre precedenti inidoneità. Il punto, in fondo, è semplice: il sistema non cerca solo laureati preparati, cerca persone già affidabili sul piano professionale e personale.
Questa struttura chiarisce il passaggio successivo, cioè che cosa ti aspetta davvero nelle prove.

Le prove selezionano molto più della memoria
La prova scritta prevede tre elaborati teorici su diritto civile, diritto penale e diritto amministrativo; l’orale apre poi un quadro molto più ampio, con materie come procedura civile, procedura penale, costituzionale, tributario, commerciale, diritto del lavoro, diritto comunitario, internazionale, informatica giuridica e una lingua straniera. Non è un esame “a domanda secca”: è una prova di tenuta.Qui si vede bene la differenza tra chi sa ripetere un manuale e chi è pronto a ragionare da magistrato. Le tracce recenti hanno toccato anche temi molto tecnici e molto concreti, come la lottizzazione abusiva, il patto commissorio, la SCIA o la revisione dei prezzi negli appalti: non basta ricordare la norma, bisogna impostare bene i rapporti tra istituti, principi e rimedi.
- Serve scrivere in modo ordinato, con una tesi chiara e passaggi logici puliti.
- Serve conoscere bene gli istituti, non solo le definizioni.
- Serve fare simulazioni complete, perché il tempo è una variabile decisiva.
- Serve usare codici semplici e non annotati: il Ministero consente la consultazione dei soli testi normativi autorizzati e comunicati alla commissione.
In altre parole, il concorso premia il candidato che sa costruire un ragionamento giuridico credibile, non quello che accumula più pagine lette. Ed è proprio questa pressione a rendere realistico il tema dei tempi.
I tempi reali non sono brevi nemmeno per chi è molto bravo
Se guardo il percorso con occhio pratico, la difficoltà più sottovalutata è la durata. Servono almeno 5 anni di laurea in giurisprudenza, spesso un passaggio aggiuntivo come SSPL, tirocinio o dottorato, poi mesi o anni di preparazione al concorso e, dopo l’esito positivo, un tirocinio iniziale che oggi è strutturato su 18 mesi.
Il CSM descrive questa fase come una formazione teorica, pratica e deontologica: non serve solo a “imparare il mestiere”, ma a verificare l’idoneità all’esercizio delle funzioni giudiziarie e ad affinare correttezza, equilibrio, indipendenza e imparzialità. Questo dettaglio è importante, perché spiega che il passaggio in procura non è un semplice cambio di scrivania.
La selettività non è astratta. In un concorso recente del Ministero della Giustizia, gli idonei alle prove scritte sono stati 626 su 3606 candidati: un dato che dice più di tante formule sul livello di competizione reale.
Per questo, quando qualcuno mi chiede quanto tempo serva davvero, io non rispondo con un mese o con una stagione. Rispondo: anni. E non è un difetto del percorso, è la sua natura.
Le qualità che fanno la differenza nella funzione requirente
Chi arriva davvero in procura di solito non è solo “bravo a studiare”. Ha un profilo più completo: sa scrivere bene, sa ascoltare, sa separare i fatti dalle impressioni e non perde lucidità quando il caso è complesso. Io vedo almeno cinque qualità decisive.
- Metodo: senza un metodo stabile, il programma d’esame e poi il lavoro quotidiano diventano ingestibili.
- Scrittura tecnica: la chiarezza negli atti pesa quanto la conoscenza delle regole.
- Equilibrio: nella funzione requirente bisogna valutare senza farsi trascinare dall’urgenza o dal clamore.
- Indipendenza di giudizio: il pm lavora con la polizia giudiziaria, con gli avvocati e con i cittadini, ma deve restare saldo nelle proprie valutazioni.
- Aggiornamento continuo: il diritto cambia, e cambia anche il modo in cui va applicato.
Il regolamento del CSM insiste proprio su correttezza, equilibrio, indipendenza e imparzialità, e non lo fa per formalità. Sono aspetti che incidono davvero sulla qualità del lavoro, soprattutto quando si entra in contatto con fascicoli, persone e decisioni che hanno conseguenze concrete.
Da qui si capisce anche perché certi errori costano più di altri.
Gli errori che fanno sembrare il percorso più duro del necessario
Molti candidati rendono il cammino più pesante di quanto sia già, semplicemente perché studiano nel modo sbagliato. Il primo errore è trattare il concorso come una gara di memoria; il secondo è trascurare la procedura, che invece dà struttura a quasi tutto; il terzo è non allenarsi abbastanza sulla scrittura lunga, che è il vero filtro delle prove.
- Studiare solo manuali sintetici e non fare temi completi.
- Saltare le simulazioni a tempo, convinti che la velocità venga da sola.
- Confondere il ruolo del pm con quello del giudice, come se fossero la stessa carriera.
- Non costruire un piano di studio realistico e sostenibile per mesi.
- Sottovalutare la fatica mentale, che nel lungo periodo pesa più di un singolo esame.
Io considero questi errori più pericolosi della difficoltà oggettiva del concorso, perché sono evitabili. Se li elimini all’inizio, il percorso resta impegnativo, ma diventa molto più governabile. E a quel punto la vera domanda non è più solo quanto sia difficile arrivare in procura, ma se il tuo profilo è davvero adatto a quel tipo di lavoro.
Se il tuo obiettivo è la procura, valuta questo profilo prima di iniziare
La risposta più onesta che posso darti è questa: diventare pm non è una carriera per chi cerca risultati rapidi o un ingresso lineare nel mondo del lavoro. È invece una strada sensata per chi ama il diritto come strumento di lettura dei fatti, non come semplice collezione di regole.
- Ti serve pazienza, perché il percorso è lungo.
- Ti serve disciplina, perché il concorso premia continuità e non solo talento.
- Ti serve equilibrio, perché il ruolo richiede misura prima ancora che decisione.
- Ti serve interesse vero per il penale, la procedura e il lavoro sui fascicoli.
Se questi elementi ci sono, la strada è impegnativa ma coerente; se mancano, conviene orientarsi verso altre carriere giuridiche in cui tempi, selettività e aspettative sono più compatibili con il tuo profilo.